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Andreina Palombi

La basilica di San Nicola in Carcere.
Il complesso architettonico dei tre templi del Foro Olitorio

Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma 2006

Nella sua ultima pubblicazione l’Istituto Nazionale di Studi Romani presenta ai lettori i risultati del lungo lavoro di analisi archeologica e architettonica condotto da Andreina Palombi su un sito urbano dalla stratificazione complessa come l’area dell’antico Foro Olitorio. L’autrice ripercorre analiticamente l’intera sequenza di modificazioni urbanistiche che si sono succedute nella zona nel corso dei secoli, rintracciando, attraverso la loro comparazione critica, un filo conduttore costante: il valore delle vestigia antiche, che sebbene interpretato con modalità diverse nelle diverse epoche, si è di fatto rivelato sempre vincolante per tutti gli interventi che si sono in quel luogo avvicendati.

I tre templi contigui dell’antico foro, dedicati rispettivamente a Giano, Giunone Sospita ed alla Speranza, subirono l’abituale processo di trasformazione in luogo di culto cristiano probabilmente tra l’VIII e il IX secolo; le più antiche testimonianze tangibili dell’attuale chiesa, dedicata a san Nicola, risalgono però al XII secolo, quando sui resti del tempio centrale venne innalzato un edificio basilicale che ricavava la propria navata maggiore dalle strutture della cella pagana, lasciando definire le nuove murature laterali dai limiti dell’antica peristasi. L’edificio cristiano, pur annullando con la sua presenza l’identità dei templi antichi, vedeva però significativamente – e definitivamente - condizionata dal loro impianto la propria configurazione architettonica.

Gli interventi che si susseguirono nella fabbrica di San Nicola in Carcere nelle epoche successive, pur nelle loro differenze, rivelano un’unitaria tendenza alla riproposta dell’impianto chiesastico originario, garantendo così la sopravvivenza di almeno alcune parti del complesso sacrale antico. L’attuale facciata della basilica si deve in particolare ai restauri patrocinati dal cardinale Pietro Aldobrandini in vista del Giubileo del 1600, e da questi affidati all’architetto Giacomo della Porta, che intese conservare le antiche colonne del tempio già inglobate nel prospetto chiesastico medievale per convertirle in elementi portanti del nuovo fronte timpanato, all’epoca aperto su una piccola piazza che ne garantiva la connessione armonica col tessuto urbano circostante.

Un noto gruppo di fogli cinquecenteschi, recanti disegni di Baldassarre Peruzzi e di Antonio e Giovan Battista da Sangallo, documenta l’assetto dei templi prima dell’intervento dellaportiano, palesando l’interesse rivolto in epoca rinascimentale agli antichi monumenti della zona, sempre ritratti liberandoli idealmente dalle sovrastrutture posteriori.

Una volontà distintiva delle memorie romane non troppo lontana da quella effettivamente perseguita durante le trasfiguranti fasi di ripristino attuate nel corso dell’Ottocento e del Novecento, che privilegiarono in primo luogo proprio la rivelazione dei resti antichi. Il sito venne infatti sottoposto ad importanti indagini archeologiche a partire dal 1807, sotto la direzione di Giuseppe Valadier - mentre si procedeva anche ai restauri della basilica - condotte poi a compimento nel 1848 da Luigi Canina, che riportò alla luce le strutture basamentali dei templi realizzando apposite sistemazioni ipogee per la conservazione e la fruizione dei ritrovamenti. Il programma di decisa valorizzazione dei reperti antichi allora attuato è evidente anche nel risalto riservato ai resti delle strutture templari lungo le navate della chiesa, incassate entro appositi alvei in modo da isolarle visibilmente dalle murature, e ribadito nel successivo intervento di restauro in forme neoclassiche attuato da Gaspare Servi, con il quale l’interno dell’edificio assunse l’aspetto attuale.

L’esterno della basilica sarebbe stato invece nuovamente modificato - ormai nell’ambito di un programma di vera propria esaltazione delle memorie romane - nel corso dei lavori diretti durante il Ventennio da Antonio Muñoz, e da allora le strutture dell’antico tempio emergono con nitido risalto anche dalle murature perimetrali della chiesa.

Inevitabilmente coinvolto nel grandioso progetto urbanistico della via del Mare, il complesso architettonico e archeologico di San Nicola in Carcere, una volta messa irreparabilmente in atto la demolizione del reticolo urbano al cui interno era da secoli integrato, soffre di quell’isolamento dalla città circostante e di "immobilizzazione" artificiale dal suo dinamico flusso storico, con cui oggi è da tutti conosciuto.

Andreina Palombi, La basilica di San Nicola in Carcere. Il complesso architettonico dei tre templi del Foro Olitorio, Istituto Nazionale di Studi Romani, Roma 2006, pp. 294, figg. 61, tavv. 4, (40,00 euro). Sconto del 40 % agli Iscritti all'Istituto.